Le lettere di mio figlio-Maura e Franco Polver

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Il filo invisibile

C'era un silenzio nuovo, in casa Polver. Di quelli che non si possono raccontare, perché le parole, quel giorno, si erano spezzate insieme al cuore. Giorgio se n'era andato così, in punta di piedi, come fanno solo i ragazzi troppo sensibili per questo mondo. Aveva scelto di andarsene, e con lui sembrava essersi spento ogni rumore, ogni colore, ogni ragione.

Maura non piangeva più, ormai. Non perché non ci fossero lacrime, ma perché il dolore era diventato qualcosa di più profondo del pianto: un'assenza che si sedeva con lei a tavola, che la accompagnava di notte, che la svegliava al mattino chiedendole come fosse ancora possibile respirare. Franco, il padre, cercava di reggere ciò che non si può reggere. Si stringevano la mano, a volte, senza dire niente. Bastava sapere che l'altro era ancora lì.

Poi, un pomeriggio qualunque — di quelli in cui il tempo sembra essersi fermato — squillò il telefono.

Era una voce lontana. Una donna che Maura non sentiva da anni: una vecchia amica che la vita aveva portato altrove, e che a sua volta aveva conosciuto lo stesso, identico abisso. Anche lei aveva perso un figlio. Si chiamava Alessandro, il suo ragazzo, e da quando era partito le lasciava ogni tanto qualche segno: una parola, un'intuizione, un sogno troppo nitido per essere soltanto un sogno.

«Maura», disse la donna, con la voce che tremava un poco, «non so come dirtelo. Ma Alessandro mi ha detto che ha visto arrivare Giorgio. Lo ha accolto lui.»

Maura rimase in silenzio. Sentì le ginocchia cedere e il cuore, invece, fare un balzo strano — non di gioia, non ancora, ma di qualcosa che somigliava al primo respiro dopo essere rimasti a lungo sott'acqua.

Da quel giorno cominciò qualcosa che né lei né Franco avrebbero mai osato immaginare. Una corrispondenza. Lettere. Pagine e pagine in cui Alessandro, attraverso la madre, raccontava ciò che vedeva, ciò che Giorgio gli affidava, ciò che entrambi, ora, sapevano.

Le prime lettere erano semplici. Giorgio chiedeva scusa. Diceva di non aver capito, lassù, quanto male avesse lasciato dietro di sé. Diceva che il dolore che si porta dall'altra parte è esattamente proporzionale all'amore che non si è saputo riconoscere mentre si era qui. Ma diceva anche, e questo fu il primo balsamo, che era stato accolto. Che non era solo. Che Alessandro lo aveva preso per mano come si fa con un fratello più piccolo arrivato in una scuola nuova.

Poi le lettere si fecero più ampie. Più profonde. I due ragazzi — perché ormai erano due, inseparabili — cominciarono a raccontare cose che andavano oltre il consolatorio. Parlavano della struttura dell'anima, di come il pensiero costruisca, di là, ciò che qui costruiscono le mani. Parlavano del fatto che nulla, davvero nulla, va perduto: né un gesto, né uno sguardo, né una preghiera sussurrata di nascosto. Parlavano del tempo, che non è una linea ma un respiro. Parlavano del perdono, e di quanto fosse soprattutto verso sé stessi che bisognasse esercitarlo.

Spiegavano che il suicidio non è una porta che si chiude, ma un cammino che si fa più lungo: un dover ripercorrere, con dolcezza e accompagnati, ciò che si è lasciato in sospeso. E che proprio per questo l'amore di chi resta è una mano tesa anche di là — preghiere, pensieri, parole sussurrate al buio non si perdono nel vuoto, arrivano. Arrivano sempre.

Maura leggeva. Franco leggeva. E qualcosa, lentamente, dentro di loro, ricominciava a vivere. Non la stessa vita di prima — quella era finita per sempre, e lo sapevano — ma una vita nuova, abitata da una certezza che prima non possedevano: che il filo non si era spezzato. Che si era soltanto fatto invisibile.

Le lettere divennero, nel tempo, un piccolo libro del cuore. Non per vantarsene, non per convincere nessuno. Solo per dire, a chi si fosse trovato un giorno nello stesso buio: *non siete soli. Non lo sono i vostri figli. Non lo siete voi*.

E quando Maura, oggi, pronuncia il nome di Giorgio, non lo fa più con la voce di chi lo cerca. Lo fa con la voce di chi sa dov'è. Di chi, ogni tanto, lo sente sorridere accanto. Di chi ha imparato, nel modo più duro che esista, che la vita non è soltanto questa che stiamo vedendo.

Ma c'è altro. Ancora. E sempre.

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