Uscire dal conflitto, non vincerlo – La questione no vax

Ago 31, 2026

7 min di lettura

Tra controllo sistemico e sovranità individuale: la mia storia

C'è una data, nella mia vita, che divide un prima e un dopo: il momento in cui ho iniziato a denunciare pubblicamente le incongruenze del sistema sanitario, già nel 2018-2019, ben prima che la pandemia trasformasse quel dissenso in un'emergenza collettiva. All'epoca eravamo pochissimi in Italia — quattro o cinque persone, non di più — ad avere il coraggio e la lucidità di segnalare che qualcosa non tornava, prima ancora che il dogma si cristallizzasse in verità indiscutibile. L'ho pagato caro, e non lo dico per vittimismo, ma perché credo che la mia storia sia utile come una specie di scatola nera delle anomalie di sistema: un dato grezzo che chiunque può interrogare per capire come funziona davvero il meccanismo del consenso.

Ho perso il novanta per cento della mia clientela quasi da un giorno all'altro. Sono stato isolato mediaticamente. Mi hanno chiuso tre canali YouTube, incluso quello principale, che aveva raggiunto settantamila iscritti — un patrimonio che il mercato valuta grosso modo un euro per iscritto, quindi un danno economico diretto che stimo abbondantemente sopra i centomila euro. E a tutto questo si è aggiunta la parte più dolorosa, quella morale: campagne d'odio costruite apposta per farmi sentire responsabile, per trasformare una posizione critica in una colpa personale, fino ad accuse pesantissime come quella di avere "morti sulla coscienza". Non credo sia stata una censura casuale. La leggo come una manovra chirurgica, volta a isolare chi vede prima degli altri, prima che quella consapevolezza diventi virale e raggiunga una massa critica. Il potere non teme la verità in sé: teme che si diffonda.

Il nome che non ho scelto

Una delle cose che ho capito con più chiarezza in questi anni è quanto sia potente il meccanismo delle etichette. "No Vax" non è un'autodefinizione: è un perimetro che qualcun altro ha disegnato intorno a me, e accettarlo significa accettare la gabbia insieme al nome. Il potere funziona anche così, creando dicotomie — sì vax contro no vax, vegani contro onnivori, una fazione contro l'altra — di cui poi si propone come arbitro. È un modo efficace per tenere le persone in uno stato di reattività quasi infantile, sempre impegnate a difendersi da un nemico che qualcun altro ha scelto per loro.

Per questo, quando penso alla differenza tra l'identità che mi hanno cucito addosso e quella che sento davvero mia, la vedo così: da una parte c'è un'identità reattiva, definita in opposizione a un nemico, biologicamente dipendente da stimolanti come il cortisolo, che si riconosce in un gregge e rinuncia al pensiero critico, che si vive come vittima o strumento del sistema, e il cui unico orizzonte è lo scontro tra fazioni. Dall'altra c'è l'identità sovrana: proattiva, autodeterminata, biologicamente riequilibrata e deprogrammata, capace di restare un individuo integro senza bisogno di appartenere a un gregge, che usa gli strumenti stessi del sistema per costruirsi libertà invece di subirlo, e che invece di combattere sceglie di costruire realtà parallele. Il consenso, in fondo, è l'ossigeno di ogni potere autoritario, ed è per questo che la propaganda ha sempre bisogno di trasformare individui pensanti in un gregge coeso dalla paura di un nemico esterno.

Il Parlamento e l'illusione del voto

Ho smesso da tempo di considerare il Parlamento un organo davvero democratico. Lo vedo piuttosto come un dispositivo che serve a garantire la stabilità del sistema, mentre la narrazione della democrazia resta una favola rassicurante per chi ha ancora bisogno di credere di contare qualcosa.

Osservando figure come il generale Vannacci, mi sembra di riconoscere una strategia ricorrente, quella che chiamo della "notizia contaminata": si mescolano ovvietà che la gente condivide volentieri — pensiamo alla sua idea che le tasse siano alte perché in tanti non le pagano — con messaggi più tossici, in un impasto che funziona benissimo su chi ha ancora bisogno del mito dell'autorità, del generale, del dottore, della figura che rassicura. È un'immagine che mi torna spesso in mente quella delle trecento scimmie che votano democraticamente di pilotare un aereo al posto dell'unico pilota professionista a bordo: il voto, da solo, non è mai garanzia di competenza, può essere semplicemente la strada più rapida verso il disastro collettivo. E anche quando nel meccanismo parlamentare entrano persone che considero davvero oneste e coraggiose, come Ugo Rossi, ho l'impressione che il sistema finisca comunque per assorbirle, trasformando la loro integrità in burocrazia innocua, offrendo al popolo dei finti scontri tra "soldatini" che placano la sete di giustizia senza produrre alcun cambiamento reale.

Il business della finta opposizione

C'è un altro fenomeno su cui ho riflettuto molto: l'industria che si è costruita intorno all'ansia e al dolore delle persone. Guardando certi ecosistemi di controinformazione — penso a realtà come Byoblu — mi pare di vedere una simbiosi più che un vero conflitto con il sistema: prendono le notizie dai canali ufficiali e le rilanciano a un pubblico già scettico, giocando il ruolo del poliziotto buono in un interrogatorio in cui il poliziotto cattivo è la censura delle grandi piattaforme. Prima ti spaventano, poi ti accolgono dicendoti "qui puoi dirlo, qui sei libero" — e nel momento in cui parli, sei semplicemente mappato e osservato in un altro modo.

Credo che queste piattaforme di opposizione apparente siano destinate a crollare prima o poi, e per ragioni piuttosto prevedibili: cattiva gestione del denaro, fragilità personali che diventano dipendenze, mancanza di responsabilità verso chi le segue. E quando arrivano i grandi processi simbolici, le commissioni parlamentari, i tentativi di rivalsa contro chi ha gestito la pandemia, li guardo con molto scetticismo: mi sembrano più che altro valvole di sfogo, costruite per far credere che sia stata fatta giustizia, mentre nella sostanza si ammettono al massimo "piccoli errori", derubricando quella che considero una frode di scala globale a poco più di un'influenza gestita male.

Uscire dal conflitto, non vincerlo

La conclusione a cui sono arrivato, dopo tutto questo, è che la sovranità non si conquista combattendo il sistema sul suo stesso terreno — il conflitto, in realtà, alimenta il dualismo che lo tiene in vita. Si conquista piuttosto rendendolo irrilevante, scegliendo consapevolmente di non alimentarlo.

Per me questo significa lavorare su due fronti insieme. Il primo è biologico: penso che lo stress sia una delle catene più efficaci che il sistema ci mette addosso, e che sostanze come la caffeina alimentino un circolo di cortisolo che a sua volta genera paura e una certa pigrizia funzionale. Per questo considero l'eliminazione di alcune dipendenze quotidiane — fumo, alcol, zucchero, caffè — un primo, concreto atto di ribellione: il corpo, per me, dovrebbe tornare a essere un luogo di efficienza, non un deposito di tossine. Il secondo fronte è economico: credo in un percorso di indipendenza dal "lavoro-prigione", che passa anche dall'uso consapevole di strumenti che appartengono allo stesso sistema — l'intelligenza artificiale, il trading automatizzato — per generare risorse senza dover barattare tutto il proprio tempo vitale. Se il banco vince quasi sempre, mi sono detto, forse l'unico modo per giocare alla pari è imparare a usare gli stessi suoi dadi.

C'è infine una terza dimensione, più silenziosa, a cui tengo particolarmente: la bellezza come forma di resistenza. In un contesto che promuove rumore e bruttezza, coltivare la riflessione, il cammino nella natura, la ricerca estetica mi sembra un gesto quasi sovversivo. L'attenzione è energia, e sottrarla a ciò che vuole solo spaventarci o dividerci è già, di per sé, un modo per disinnescarlo.

Vivere come se certi meccanismi non avessero più potere su di me è, oggi, la mia forma di vittoria. Ho smesso di cercare salvatori esterni o partiti a cui affidare il cambiamento: il lavoro, per me, è tornato al centro di me stesso. Il resto — il cambiamento del mondo, se arriverà — lo considero solo l'effetto collaterale di quella trasformazione interiore.

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